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26-10-12


Giuseppe Bisogno: lattore allo specchio si racconta dietro le quinte



La vita di un attore corre su migliaia di chilometri e racconta nello spazio di pochi minuti, al massimo qualche ora, il lavoro del cantiere di una comunit che per un tratto di strada vive quasi come una famiglia. Intimit, per necessit e per virt, sembra la parola chiave e un gioco di sguardi incrociati tra attori della stessa compagnia, e tra attori e registi che talora sono attori a loro volta, magari nello stesso spettacolo. Giuseppe Bisogno non ha dubbi: coinvolgersi e mettersi in gioco lunica strada percorribile. Il rischio della ripetizione come una routine? La musicalit lo reinventa ogni volta.

Ho gi incontrato per questo spazio Giuseppe Bisogno e lho seguito nel cammino dellultima stagione teatrale, parlando di lui attraverso gli spettacoli che ha interpretato e, in un caso, con Il gufo e la gattina, che ha costruito, in occasione della sua prima prova registica. Ho deciso per di leggere lattore con una chiave diversa, chiedendogli di mettersi davanti allo specchio, per raccontare cosa avviene dietro le quinte e sul palcoscenico al di qua del pubblico, per farci rivivere il testo e lo spettacolo come li vivono gli attori. Il suo percorso scandito da almeno tre grandi registi con i quali ha lavorato, tre proposte, tre storie e tre esperienze nella sua memoria: Luca Ronconi, Marco Tullio Giordana e Michele Placido.


Cominciamo dallinizio e dal tuo esordio ne Gli ultimi giorni dellumanit. Che cosa accaduto in quello spettacolo monumentale?
Per Ronconi lingrediente principale da portare in scena la sottolineatura del testo, che una volta appreso va restituito come una sorta di partitura musicale. Questo significa che, se da una parte linterpretazione molto circostanziata e in un certo senso rigida lattinenza al testo sovrana dallaltra consente anche una grande libert di esecuzione, proprio come unaria lirica che ognuno fa vibrare a suo modo e ogni volta in maniera impercettibilmente diversa.


Come direbbe Didrot, non esistono neppure due strumenti musicali che escono dalla stessa bottega uno dopo laltro che riescano a dare lo stesso suono e mi pare che il filosofo francese parlasse di un cembalo. In tal modo la ripetitivit viene mitigata anche se lattore pur evolvendosi sempre lo stesso strumento?
Io pi a lungo porto in scena uno spettacolo, pi diverto perch mi si rivelano aspetti diversi,  ogni sera ci sono piccole sfumature che non si ripeteranno. Le parole vivono di una vita propria, di straniamento, e questo lo avverto mentre le pronuncio quasi senza percepirle ma avvertendo una vibrazione che anche se non so raccontare nei dettagli, colgo come una sensazione dinsieme, un rimando del pubblico, diverso ad ogni replica.


Cos accaduto dietro le quinte di quello spettacolo?
E stato molto tempo fa e dietro quellenorme cantiere successo di tutto anche per la natura del luogo nel quale mi sono trovato catapultato insieme a molti altri. Alla corte di Ronconi in unex fabbrica Fiat e il dietro le quinte era la sala dove si realizzavano le lamiere. Cos i macchinisti in quelloccasione erano addetti ai vagoni che dovevano essere spinti e frenati a mano; mentre gli attrezzisti, normalmente impiegati per gli oggetti di scena, in quel caso, si occupavano in modo quasi maniacale delle auto di provenienza del Museo Fiat, come cocchieri di un re.


E voi attori?
Abbiamo dovuto dimenticare quanto avevamo studiato per concentrarci sulla musicalit perch lo spettacolo era concepito per lunghi tratti come unopera lirica, ovvero un quadro dinsieme tra canto e orchestra, entrambi con pi elementi che si sovrapponevano. Leffetto doveva essere la percezione di un insieme cogliendo singolarmente una parola qui e una l. E stato un lavoro allinizio sconcertante che per ci ha messo nelle condizioni di fonderci ed essere un corpo unico.


Quanto racconti mi fa venire in mente un saggio di molti anni fa, I costruttori di cattedrali, sul cantiere medioevale nel quale la vera cattedrale simbolica non era lopera finale, non a caso raramente firmata da un architetto ben lontani dallidea registica di oggi dellarchistar quanto quella cattedrale spirituale della costruzione.
In tal senso il lavoro con Michele Placido che ha messo in scena il Re Lear stato eccellente. Siamo stati messi subito uno di fronte allaltro alle prove, a nudo, in una situazione di intimit con sconosciuti e se questo ha creato allinizio qualche difficolt, in meno di una settimana ci ha consentito di diventare amici e di essere una squadra.


Pu essere rischioso?
In che senso?


Per il fatto che si mescolino emozioni e tensioni tra il fuori e il dentro il teatro.
Il problema semmai lessere una coppia nella vita e lavorare insieme in scena. Per chi si conosce sulla scena, il fatto di abbattere i muri essenziale, indispensabile. Un attore pu percorrere 40-50mila chilometri lanno, al pari di un camionista e con i propri compagni di scena passa molto tempo e divide un pezzo di vita, a volta costretto a dividere anche una camera dalbergo. Se non si salta la barriera di un comportamento salottiero, diventa faticoso.


Lavorare con Marco Tullio Giordana, a giudicare da quello che arriva allo spettatore dallo spettacolo devessere molto diverso.
The Coast of Utopia stata unesperienza intellettuale di grande interesse per me, anche perch ho ricoperto il ruolo di assistente alla regia, quindi ho imparato molto, anche dal punto di vista tecnico. Considero Giordana un grande maestro del cinema che ha portato a teatro tutta la sua esperienza. Dal punto di vista artistico un testo imponente, profondo, che si ritrova intorno ad una parola caduta in disuso, impegnativa: i-d-e-o-l-o-g-i-a. E stata unoperazione di ampio respiro, con un testo nuovo sul palcoscenico italiano, che dal punto di vista attoriale non mi ha dato molto perch mancava di emozione. Siamo stati molto bene ma stato un viaggio alla fine del quale ci siamo salutati garbatamente.


Cosa cambia nel rapporto e come si riflette nel lavoro il confronto con due personalit cos diverse?
Con Giordana il rapporto era cordiale, borghese e composto, elegante com lui; con Placido sanguigno. Credo che in questo secondo caso ci sia stata per lattore la libert di esprimersi sul fil rouge della pice che in questo caso era la follia, tanto che una mia scena di litigio con la moglie, diventata una sceneggiata napoletana, trovandoci due campani insieme, coinvolti in uno scontro. Lo spettacolo di Placido ha delle punte di espressivit notevoli, emergono gli attori cos come la disarmonia. Marco Tullio Giordana predilige la visione estetica, raffinata, schiacciando un po linterpretazione delle singole voci, cercando di mantenere lespressione sotto tono. Non discuto sullo stile dello spettacolo quanto su quello che avviene prima. Credo che debba succedere qualcosa tra noi, che metaforicamente, una compagnia debba trovare il modo di fare lamore, anche se poi non si incontrer mai pi. Altrimenti c qualcosa che manca.


Talora i registi sono anche attori nello spettacolo, com il caso di Michele Placido nel Re Lear: cosa cambia per un attore?
La presenza pi forte, talora incombente e pu diventare pesante. Ad ogni replica si sotto esame, non solo, ma il regista-attore in scena qualche volta distratto perch difficile separare i ruoli. Di contro un regista che si mette in gioco aiuta ad impastare lo spettacolo, ad annullare le distanze e spesso riesce a far capire meglio cosa e come vuole un ruolo, una scena.


Da poco ti sei misurato con la tua prima prova di regia, dove non ti sei messo in gioco tra gli attori. Coshai vissuto?
Una cosa molto bella: la sintesi tra la struttura musicale, il ritmo e i sentimenti dei personaggi. Non trovandomi a doverli interpretare, li ho capiti meglio.


Nella tua esperienza duplice, al di l del ricoprire i due ruoli in contemporanea, pensi che un regista attore abbia una marcia in pi o comunque per un attore con il quale lavora sia un punto a favore?
Dal mio punto di vista certamente. Per un regista essere anche un attore significa avere pi frecce al proprio arco, trovarsi nelle condizioni di spiegare mostrando e di immaginare cosa accada dallaltra parte; nello stesso tempo per lattore lavorare con un omologo pi facile, anche psicologicamente. 

 

Intervista di: Ilaria Guidantoni
Link fonte: http://www.saltinaria.it/interviste/cultura-spettacolo/16379-giuseppe-bisogno-intervista-re-lear-teatro-quirino-roma.html

allegati: ReLear_Peppe Bisogno.jpg

 

 

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